lunedì 15 gennaio 2018

[Intervista] giuliettaStA

Oddio, che stanza! Io scelgo la poltrona blu, quella a destra... oh, no ti prego, non badare ai miei modi... prendi posto dove vuoi e mettiti comoda! 

Ma, cara MiaRomi, come potrei non badare ai tuoi modi? Dicono così tanto del carattere di una persona! Mi accomodo sulla poltrona blu a sinistra e se ci fosse del tè sarebbe perfetto: anche se, di certo, come al mio solito non ne berrei che metà, tutta la scena ne gioverebbe, non trovi?

Che tè sia! Ne prendo una tazza anche io.
Questa stanza va vissuta di getto.
Ho davvero voglia di perdermi in questo interessante e curioso tete a tete.
Fammi un cenno e partiamo con le domande!
Iniziamo, non vedo l'ora!

1) Eccoci nella Boho Chic Room. Quale scintilla è scattata, in riferimento alla foto dell'ambiente che hai scelto? E se dovessi rifarti alla descrizione che ne hai letto, in cosa precisamente sapresti rispecchiare la tua personalità?

Inizio col dirti che proprio queste due poltrone su cui siamo accomodate, insieme al tavolino pieno di foto e ricordi qui al nostro fianco, hanno letteralmente calamitato la mia attenzione appena vi ho posato gli occhi.
Nel mio personalissimo immaginario, alle parole "Intervista a una scrittrice" si associa l'immagine di una signora con soffici, candidi boccoli e un paio d'occhiali sul naso. Indossa pantaloni di lino chiaro e accavalla le gambe bevendo il tè (ora comprendi la mia richiesta?), accomodata in una stanza tipicamente inglese, e disquisisce con fare confidenziale della sua opera. Ora: io non sono inglese, non ho l'età per avere soffici capelli bianchi e men che meno sono una scrittrice. Cosa mi rimane? La stanza.
Per quanto riguarda la mia personalità, invece, nella descrizione sono state diverse le parole in cui mi sono ritrovata.
Ironia. Non posso farne a meno, è il prezzemolino di quasi tutti i miei dialoghi: sottile e impalpabile, ci condisco ogni situazione e chi non mi conosce bene spesso ci casca con entrambi i piedi.
Stravaganza: non a livello estetico quanto più caratteriale. Mi hanno detto spesso "Sei strana" o "Sei diversa": e da quando è un difetto? Me l'hanno detto perché leggo praticamente di tutto e ascolto qualunque tipo di musica (tranne il neomelodico, mi spiace, Gigi) e lì subito a dire "non è possibile che ti piacciano tutte queste cose, se ascolti Reggaeton non puoi apprezzare la musica classica"; me l'hanno detto perché amo uscire a fare shopping con le amiche, ma amo anche chiudermi a casa a giocare a World of Warcraft (anche se l'ho abbandonato quando ho capito che era inconciliabile con l'università, addio mia adorata Horda); me l'hanno detto perché ho scelto una facoltà impegnativa e pesante, ma non ho mai rinunciato (negli anni d'oro, che ora a quasi 27 anni mi sento vecchia) ad andare a fare l'alba e svegliarmi sfranta il pomeriggio dopo.
Insomma, sono una contraddizione vivente, secondo la gente, e quindi strana.
Ma ti svelo un segreto: secondo me sono solo una a cui piace fare un sacco di cose. E a questo si ricollega un'altra parola che di questa stanza mi ha colpito: poliedrica.

2) Qual è il tuo più grande talento?

Fare il camaleonte.
'Nchessenso? Mi adatto a ogni situazione, non faccio mai problemi, do pochissimo fastidio e dove mi metti sto. Mi va bene tutto, sono sempre quella che "Dai, decidi tu, ché per me è uguale."
(E a volte è anche il mio più grande difetto, spesso mi mettono i piedi in testa e a me va comunque bene per il "quieto vivere", "non ne vale la pena discutere", "giuro che io mi adatto". Finchè poi non mi girano gli zebedei, s'intende. Poche, ma intense, volte, e a quel punto meglio sparire.)

3) Quella che hai scritto è anche la tua migliore opera che abbia mai letto?

Uh mamma, assolutamente no! Né su Wattpad, né fuori da qui. Ti dirò: sono una persona estremamente realista e sono consapevole di riuscire a infilare parole una dietro l'altra con una grammatica e sintassi abbastanza decente, ma da qui al pensare che sia la migliore opera letta ci passa l'oceano Atlantico! Sono anche una persona molto critica, soprattutto con me stessa, ed eternamente insoddisfatta. Spesso leggo e rileggo quello che scrivo e cerco di capire se possa suscitare lo stesso brivido che io provo quando cerco di tradurre le emozioni in parole o che le parole altrui suscitano in me.
E 99 volte su 100 non mi piace, mi sembra imperfetto.

4) Se il protagonista della tua opera potesse cambiare un passaggio della storia che sta vivendo, quale sceglierebbe e perché? 
Questa è una domanda difficile e spinosa e come tale ha una risposta altrettanto difficile. Perché Beatrice, nel 2017, si chiede se sarebbe stato meglio non incontrarlo proprio, Andrea, e cambiare questo primo, essenziale passaggio. Ne consegue che questa mia storia non avrebbe nemmeno senso d'essere, altro che pezzo mancante. Però... a volte Bea si ravvede, pensa che "è stato meglio lasciarci (o soffrire) che non esserci mai incontrati" (cit.) e quindi posso impegnarmi a trovare un altro passaggio.
Se Beatrice potesse, per gli eventi fino al momento della narrazione accaduti, cambierebbe la relazione con Carlo. Potendo tornare indietro non gli darebbe assolutamente una possibilità sapendo che l'ha fatto solo soffrire inutilmente, anche se le sue intenzioni erano ottime, in fondo lei ci ha solo provato. O almeno vorrebbe aver avuto, a posteriori, il coraggio di parlargli e spiegare perché non è andata bene tra loro due.

5) Quale prezzo ha la strada della scrittura?

Ne ha due, fondamentali, secondo me.
Il tempo. Te lo mangia, letteralmente. Devi poterti concedere il tempo di metterti lì di fronte al foglio bianco a non sapere che diavolo dire e a farti venire l'ispirazione, di poter annotare ovunque idee fulminee, di poter leggere e rileggere finché il tutto non si avvicina a quello che vuoi esprimere e soprattutto devi concederti il tempo di interagire con chi ti legge, perché se uno scrive e pubblica è per essere letto e sapere che pensano gli altri delle sue parole. Trovo, quindi, estremamente egoistico "rubare" il parere di qualcuno che ha speso qualche attimo della sua vita a commentare qualcosa di tuo, senza poi trovare tempo e modo di rispondergli, fosse anche solo per dire "grazie".
Con questo non dico che si deve essere perennemente attivi, 24/7, anch'io lavoro, un fidanzato e amici, problemi e imprevisti e una vita fuori da qui. Dico che si deve essere solo consapevoli di dover sacrificare un po' del proprio tempo libero.
Le critiche. Il gioco prevede complimenti, ma anche critiche, che quando sono costruttive e poste con garbo vanno accettate. TUTTE. Anche se tu hai speso una notte su un concetto che ti sembra da premio nobel e qualcuno ti dice che va rivisto perché non ci capisce un'acca. Anche se tu sei convinta di aver fatto un lavoro impeccabile a livello di grammatica e sintassi e qualcuno dice, magari senza nemmeno indicarti dove e come, che trova il tuo scritto imperfetto. E anche quando le critiche non sono costruttive o vengono poste con arroganza, tu devi controbattere con garbo, sempre, altrimenti a passare dalla parte del torto sei tu. E bisogna anche accettare che a qualcuno faccia schifo quello che scrivi: il mondo è bello perché è vario. Non si possono incontrare i gusti di chiunque.
Andare avanti e cercare di migliorarsi, sempre, comunque. Non farsi abbattere da un parere negativo, mai.

6) Se potessi leggere negli occhi dei tuoi lettori, cosa pensi di aver lasciato loro attraverso la tua opera? Saresti lettore di te stesso?

Ecco, come ti ho detto prima io mi leggo molto, sono e sarei sempre lettrice di me stessa, perché in primis, quando scrivo, cerco di accontentare me. Ritengo che solo se ci si trova a proprio agio con le parole che si scrivono, allora ci si può permettere di giocarci e cercare di renderle al pubblico. Sono sempre stata quella che "quest'argomento mi fa schifo", lo studiavo male e nonostante tutto l'impegno prendevo un voto basso. Non vorremo mica replicare? Menomale che, come dicevo prima, mi piace leggere di tutto ;)
Per quanto riguarda la prima parte della domanda, provo a risponderti con quello che i miei lettori mi hanno detto.
Li ho fatti piangere. Li ho fatti ridere. Li ho fatti ricordare con nostalgia tempi passati e ho fatto provare loro altrettanta nostalgia per momenti mai vissuti e città mai visitate.
Li ho portati e li sto tutt'ora portando, forse, spero, a passeggiare come equilibristi su quella linea sottilissima tesa tra il giusto e lo sbagliato, in modo che quando arriveranno i patatracks (il termine onomatopeico rende un sacco!) potranno incazzarsi, rallegrarsi, lottare con le loro stesse emozioni e capire insieme a me e Bea e Andrea se, in loro, vince cuore o cervello.
Cosa credo di aver lasciato loro, dunque, cosa credo di leggere nei loro occhi?
Emozioni.
Pure, schiette, vive, vibranti, travolgenti, semplici emozioni.

7) Hai mai provato una sensazione di vuoto profondo al termine della lettura di un romanzo? Se sì, sai definirla? Se no, la domanda è questa: credi di essere una persona empatica?

Se l'ho provata? Ci vado a nozze!
Sono sempre stata una che ha pianto. Tanto. O per nervoso e per sfogare la rabbia o per intenso dolore e fin da piccola ho sempre versato lacrime e singhiozzi quando avevo a che fare con la morte in qualche storia, fosse anche quella del drago di un cartone animato visto a 24 anni. (Sì, tratto da una storia vera.)
Ora: il guaio è che ho di recente iniziato a piangere per qualsiasi emozione troppo forte (il dolore del lutto è sempre il primo della lista, però), anche, per dire, per la commozione dovuta ai successi che il personaggio X raggiunge dopo mille asperità.
E i libri hanno il simpatico "difetto" di essere intrisi di emozione.
Qualunque libro io abbia letto e mi abbia coinvolto a tal punto da farmi piegare letteralmente in due per le emozioni provate mi ha lasciato un denso vuoto dentro, quando finito, da cui mi sono ripresa dopo giorni. Esempio random, il primo che mi viene in mente (leggo troppo per avere sotto mano l'Esempio principe, quello con la E maiuscola, e devo per forza pescare a caso nel viale dei ricordi): Allegiant, l'ultimo libro della saga di Divergent. Ho finito di leggerlo alle 6.30 di una fredda mattina d'inverno, dopo una notte passata in bianco illuminata dalla lampadina del comodino, tra le lacrime. Non sono andata a lezione per recuperare sonno e mi sono svegliata verso mezzogiorno, piangendo. Ho cucinato il pranzo soffrendo come una dannata e non parlando con nessuna delle mie coinquiline e quella sera non sono uscita per poter vedere il primo film della saga, al fine di cercare qualcosa che ancora mi legasse al libro, non capacitandomi del fatto che fosse davvero finito.
Sviluppo una forma di ossessione maniacale per questo tipo di storie: continuo a riaprirle, quando sono alle ultime pagine leggo piano perché non voglio che finiscano, poi le fagocito senza nemmeno rendermene conto e la fine arriva presto e mi insulto. Rifiuto persino di leggere altro per un po', tanto trovo pieno di quella storia il vuoto che questa mi ha lasciato. È un po' lo stesso tipo di paradosso delle ingombranti presenze costituite dalle assenze.
Mi nego persino la lettura del seguito di una storia, a volte, se il dolore che questa mi ha lasciato addosso è troppo profondo, perchè non riesco ad accettare che le cose possano continuare e andare avanti se io sono ferma lì. Altro esempio random: Io prima di te. Non ho mai letto il seguito e mai credo lo leggerò. Mi rifiuto categoricamente.
Non so se ho girato attorno alla domanda, ma credo di non saperci rispondere meglio se non attraverso il mio stesso vissuto.

8) Attraverso quale canale è più facile trasmettere emozioni? Perché?

Libri, musica e film (ma non quelli fatti sulle trame dei libri, ché studi scientifici confermano che nel 99,9% dei casi sono una delusione più grande di quando compri le brioches al supermercato e non sono mai piene di cioccolato come nella foto. I film della saga di Divergent non si discostano da questa definizione, il film tratto da Io prima di te, invece, è una mosca bianca: meraviglioso.) Questo perchè trovo che siano le parole, in qualunque loro forma, il mezzo attraverso cui maggiormente si possano trasmettere le emozioni, dato il loro grande potere: l'immedesimazione. Riusciamo a provare qualcosa perchè riusciamo a sentirlo questo stesso qualcosa, dentro, che ci fa calare nei panni di qualcuno e appiccicarci sulla pelle le sue stesse emozioni. Come attori che si calano nella parte, per un momento quelle parole sono le nostre stesse parole. E a volte, piuttosto frequentemente tutto sommato, capita che quel cantante/scrittore/regista descriva proprio quello che abbiamo realmente già provato in un determinato momento. E lì non possiamo fare altro che riconoscerci e aprirci a questa meravigliosa, dolce/amara, sensazione.

9) Se potessi scegliere un superpotere che però non può essere usato su te stesso, quale sceglieresti e perché?

Questa è facile: mi piacerebbe poter sbirciare nella vita della gente come se fosse un film (può essere considerato un superpotere?)
Ne sono affascinata sin da piccola. Incontro qualcuno in treno o in autobus, al supermercato, in ospedale e mi chiedo chi sia, di cosa si occupi, se faccia una vita felice, se abiti in condominio, se abbia animali. Vorrei osservare le persone che mi colpiscono (possono essere di qualunque età, sesso, religione) nelle loro giornate tipo, il più delle volte perché mi chiedo se quello che dimostrano all'esterno e l'idea che ci si può fare di loro a prima occhiata corrisponda davvero a quello che in realtà sono.
Penso sia strettamente correlato con la mia voglia di scrivere, perché spesso è proprio immaginando la vita di queste persone che mi fluiscono le storie dalle mani.

10) Ultima domanda. Se il sindaco di una grande città europea ti desse la possibilità di incidere una targa ai piedi di un monumento importante, cosa vorresti ci fosse impresso?

Domanda a dir poco particolare. Uhm... Mi ricollego un po' alla risposta di prima.
Il fatto è che io sono proprio così: curiosa, avida di informazioni, soprattutto quando riguardano mitologia e narrativa storica greca e romana, ma anche cinese, giapponese, indiana, russa, solo per citarne alcune. Ho letto decine e decine di fiabe, miti e leggende di queste culture, erano le mie favole preferite da bambina e lo sono tutt'ora adesso.
Adoro visitare siti archeologici o di importanza storica (case, chiese, tutto) e pagherei oro per poterci frugare dentro. Amo soprattutto i posti un po' scuri, che ai tempi erano qualcosa di vivo, in cui ti muovi a piccoli passi con riverenza e con quella sensazione sulla pelle mista tra il sacro e il profano, ché ti sembra di star quasi violando qualcosa di prezioso. Di recente ho visitato le catacombe di Priscilla e...wow. Ma sto divagando :D
Amo leggere la storia di tutti i monumenti, chiese, edifici che incontro per la mia strada, appena trovo due righe scritte blocco tutti e mi ci fiondo, quindi se potessi incidere una targa ai piedi di un monumento importante, me la immaginerei così: "Qui trascorse il suo tempo Tal dei Tali, nato nel milleduecentocredici e noto per ..." . O anche "A questo luogo si intreccia la leggenda di Caio Sempronio, secondo cui...", "Dedicato a Tizio, noto per aver...", etc. La sua storia, insomma.
Spero di essere riuscita a spiegare che intendo!

Sei davvero una bella persona, Giulietta.
Grazie infinite per il tuo tempo.

[Valutazione] Tu sei - giuliettaStA



Nome dell'opera: Tu sei
Autore: giuliettaStA
Genere:
storia d'amore
Valutazione: primi 5 capitoli
Lettura: primi 10 capitoli (escluso "Istruzioni per l'uso")
Punteggio: 80/100

1) GRAMMATICA 22/25
Gli errori (tutti, tranne le segnalazioni sulla punteggiatura) verranno sommati. Il gruppo che comprenderà quelli di sintassi sarà moltiplicato per 2, di semantica per 1,5, di ortografia per 1. Una volta ottenuto il risultato esso sarà arrotondato per eccesso e in decimi sottratto al punteggio pieno di 25. In questo modo si darà maggior peso agli errori di sintassi, a seguire a quelli di semantica, in coda gli errori di ortografia.

CommentoIl problema più grave è risultato derivare dalla punteggiatura. Ricercata e utile inizialmente, quanto inadoperata, ridondante o sovrabbondante successivamente. Non posso però dire di aver riscontrato lacune dal punto di vista grammaticale. Certo, ci sono slang dialettali e frasi idiomatiche non sempre in linea con l'idea che mi sono fatta della storia, nulla che però stoni con l'intero contesto. L'idea generale è che si potrebbe provare ad affinare i dialoghi, pulire il testo dai vezzeggiativi linguistici troppo colloquiali e correggere la punteggiatura, per avere un buon prodotto. Di seguito il dettaglio degli errori riscontrati, utile naturalmente solo all'autrice. Tutti gli altri potranno saltare questo passaggio e leggere direttamente il punto successivo.

Punteggio
Sintassi: 10 x 2 = 20
Semantica: 2 x 1,5 = 3
Ortografia: 4 x 1 = 4
Tot: 27 = -3 punti
- Sintassi (errori evidenziati in numero)
1
(pronome relativo lontano dal termine cui si riferisce)
1 (non contato) (non ho compreso a il senso di "labbra carnose, che si toccano come due amanti nel chiudersi delle consonanti")
1
(ripetizione di complemento di specificazione attraverso la particella pronominale "ne" in uso quale complemento indiretto)
1 (in presenza della frase idiomatica "far da padrone", ho storto il naso per l'uso del genere femminile. Consiglio di modificare il periodo e utilizzare una circonlocuzione più aggraziata, eliminando l'articolo determinativo femminile con funzione sostantivante)
1 (ripetizione del medesimo termine all'interno dello stesso paragrafo. La ridondanza appare evidente poiché il termine non è di uso comune, pertanto salta all'occhio più di ogni qualsiasi altro. Vi sono parecchie ripetizioni, questa segnalata, però, non era ad uso rafforzativo, come la maggior parte delle volte in cui lo stratagemma viene adoperato.)
1 (uso di un verbo al singolare in luogo di una pluralità di soggetti)
2 (di norma, all'interno di una narrazione, sarebbe auspicabile adoperare il corsivo per termini non ancora entrati a far parte del nostro linguaggio. Ancor più per modi di dire ed esclamazioni)
1 (all'interno di una frase, vi è la presenza di un elenco di azioni riferentisi per una parte al soggetto corretto e in ultimo ad un paradossale soggetto errato)
1 (aggiunta inappropriata della particella riflessiva "si")
1 (uso del pronome relatino "che" in luogo della corretta congiunzione "ché", con successiva perdita di senso compiuto all'interno della frase)

- Semantica (errori evidenziati in numero)
1
(presenza del termine "seh" inesistente, quale interiezione)
1 (presenza del termine "sciallo" inesistente, quale aggettivo) 

- Ortografia (errori evidenziati in numero)
1 (errore ortografico per "riincontrare" in luogo di "rincontrare")
1 (errore ortografico per "finchè" in luogo di "finché")
1 (refuso di una "E' " al posto di "È")
1 (errore ortografico per "clichè" in luogo di "chiché")

- Punteggiatura (segnalazioni evidenziate in numero)
4
(inelegante virgola a dividere l'aggettivo dal sostantivo cui si riferisce)
1 (ridondante virgola adoperata prima di una congiunzione)
3 (delimitazione forzata di una circonlocuzione che sarebbe dovuta rimanere libera da vincoli)
1 (mancata delimitazione di una proposizione subordinata tra due virgole con conseguente lettura "a cascata")
1 (in presenza di più proposizioni all'interno di un periodo vi è la completa mancanza di punteggiatura)
1 (due punti di sospensione in luogo dei tre corretti)
3 (gradito un punto esclamativo in presenza di un'esclamazione)
1 (preferibile l'uso del punto e virgola in presenza di un elenco di pensieri compositi e ben strutturati)
(a partire del terzo capitolo c'è una forte tendenza a sopprimere la punteggiatura o ad aggiungerne dove non richiesta, con conseguente difficoltà di lettura e/o comprensione del testo e una pesantezza data purtroppo dai periodi a volte troppo lunghi.)

2) LINEARITÀ DEL TESTO 26/30Per ogni gruppo, verrà assegnato un punteggio in decimi, spiegato all'interno della valutazione. La somma del punteggio di ogni gruppo corrisponderà al voto finale per questo parametro.

- Coerenza interna 10/10
Questa è una storia la cui narrazione si dipana attraverso salti (più o meno ampi) avanti e indietro sul filo temporale della storia. È possibile ricostruirne la struttura, rifacendosi semplicemente alla data apposta a inizio capitolo.
Nonostante l'uso di un punto di vista a focalizzazione interna variabile, l'autrice ha comunque scelto di distinguere il punto di vista della protagonista femminile Beatrice, da quello maschile Andrea, per il quale la segnalazione è evidente con nome apposto a inizio capitolo. La storia è ambientata in epoca moderna e i salti temporali non superano i 7-8 anni (almeno nei capitoli che ho letto).
L'intento dell'autrice è oltremodo chiaro e questo obiettivo appare tale anche al lettore. Ho apprezzato la volontà di dare leggerezza al testo, quando Beatrice è una adolescente; renderlo più impegnato, profondo, pieno, quando invece, da adulta, affronta il distacco e sceglie la strada più complicata, che la rende donna in quanto tale.
Andrea è tanto un ventenne superficiale, disilluso, sicuro, quanto successivamente un uomo consapevole. Tale consapevolezza, arrivata evidentemente troppo tardi, non sembra comunque mutare i suoi comportamenti.
Purtroppo non si può parlare di ambientazione, epoca storica particolare, personaggi di contorno con un peso specifico tali da risultare rilevanti né c'è effettivamente un raggio d'azione che racconti qualcosa di più che di semplici incontri. Pertanto, in quei contesti non si può parlare di coerenza interna. Ciò che emerge preponderante è l'emotività, in un flusso costante che intreccia tutti i capitoli. Per quest'ultima, data la crescita personale dei protagonisti, non si può che assegnare voto pieno.

- Capacità espressiva 8/10
L'autrice si diverte a giocare con le parole, le rincorre, le afferra, prova a farle proprie, alcune volte riuscendo, altre invece meno. Ci sono momenti specifici all'interno della narrazione (il capitolo 6 ne è un esempio) in cui l'emotività è fortemente protagonista, sentita, rotonda: capitoli in cui il lavoro è davvero molto buono.  In alcuni specifici punti, invece, sembra che si spinga troppo. Ci sono momenti in cui il lettore ha bisogno di una pausa emotiva, in cui necessita di un momento per riflettere su ciò che sta accadendo. Che si tratti di conoscere i particolari di un certo ambiente, di uno specifico amico o di soffermarsi sulla cornice, per poter mettere a fuoco l'immenso impatto emotivo che gli si sta chiedendo di digerire. E, invece, la carenza dei tanti piccoli salvagenti a contorno alla storia provoca l'effetto opposto.
Se dovessi fare un esempio pratico, direi che è come se avessi sentito sulla pelle la piacevole carezza dell'acqua calda, mentre fuori fa freddo. Eppure, per quanto sia di mio gradimento, questa doccia bollente non potrà soddisfarmi per ore e ore e ore. Arriverà il momento in cui deciderò di lasciarmi abbracciare da un asciugamano asciutto, perché ho bisogno anche di altro.
In questa storia le emozioni sono tante, descritte molto bene, e inserite in ogni momento, anche quando non sarebbe opportuno leggerne. Il fatto è che a volte, vorrei soltanto poter staccare e riposare il cuore.

- Definizione dello stile 8/10Riesco a percepire uno stile definito, anche se sono certa l'autrice potrebbe puntare ad affinarne la tecnica personale. Non è uno stile descrittivo in senso stretto, ma lo diviene quando si tratta di comunicazione empatica. Sembra che voglia a tutti i costi arrivare al cuore del lettore, e ci riesce, anche se, oltre questo ambito, non ho riscontrato tratti specifici che mi indichino la presenza di quella specifica autrice.
3) CONTENUTO 18/25Cercherò di assegnare un punteggio quantomai coerente con uno dei quattro gruppi sopraccitati. Una volta assegnato un gruppo (Scarso, Sufficiente, Buono, Eccellente), segnalerò le motivazioni per attribuire un punteggio piuttosto che un altro all'interno del range di riferimento. Il numero che verrà fuori sarà il risultato di un'analisi, per quanto possibile, oggettiva. 

- Buono
C'è una preponderanza di emozioni, con la netta sensazione di starsi perdendo dettagli anche importanti.
Ambientazione
L'autrice ha, con grande originalità a mio parere, segnalato all'interno della storia alcuni specifici luoghi. Che si tratti di pub, ristoranti, bar, ella non ha fatto altro che adoperarli come ambientazione di alcuni specifici accadimenti. Ed è così che possiamo vedere il luogo in cui Andrea e Beatrice hanno sentito per la prima volta l'uno la presenza dell'altro (sguardi a parte, naturalmente). "Pierrot Le Fou" è il locale in cui il primo ha dedicato, anche se intimamente, la sua musica alla giovane e in cui la stessa ne ha avvertito la portata emozionale.
Cosa conosciamo però di questo luogo? Per tutta la durata della lettura (naturalmente si vedano solo i capitoli letti, la segnalazione non comprende l'intera storia) non c'è una particolare ambientazione cui rifarsi, si evince dai testi che potrebbe essere giorno, pomeriggio, sera, notte. Notte di San Lorenzo a parte, non si conoscono le stagioni, l'abbigliamento, il tempo. Non c'è una casa, una scuola, un parco, una piazza entrata di forza nel campo visivo del lettore. C'è tanta immaginazione a lasciare ampio spazio a ciò che conta di più: l'introspezione.
Descrizione personaggiDei protagonisti conosciamo vagli tratti somatici. Il colore dei capelli, degli occhi. Forse sono di media altezza, probabilmente esili, forse no. Sappiamo che Beatrice è "tarchiatella" e che Andrea ha gli occhi neri. Di Noemi, Carlo, Giacomo e tutti gli altri non sappiamo altro se non che "parlano con i protagonisti", che si relazionano ad essi.
Emotività
Punto pieno per questa categoria, come ho già ampiamente scritto in precedenza. Ciò che viaggia tra le pagine di "Tu sei" non è altro che la forte volontà di condivisione di sensazioni. Vibranti emozioni che protagonisti danno/ricevono/subiscono/evitano/vivono/provano/agiscono. Tutto gira attorno a questo (pre)potente uragano che è la storia stessa. Pochi fatti, poche parole.
Narrazione e azioneLe azioni sono brevi e schematiche. Durante un incontro ci si sofferma su uno sguardo. A una festasi sente l'altro attraverso la musica. Si esce per un giro in piazza. Si sta a scuola. Si esce da scuola. Si accetta. Si nega. Si sbatte una porta.
Tutto risulta naturalmente comprensibile, tanto che ogni "movimento narrativo" è stato semplicemente ridotto al minimo per dare rilievo a ciò che maggiormente si vuol mettere a fuoco: gli intimi turbamenti di due persone che si sono amate e la crescita morale che ne deriva. 

4) COMMENTO PERSONALE 14/20 
Il mio voto è un 7.
Questa storia ha una grande qualità: induce il lettore a immaginare praticamente tutto e contemporaneamente lo inonda di sensazioni. Ho subìto il fascino della maestria con cui l'autrice descrive i flussi di coscienza dei protagonisti. Ho come sentito un immediato legame nei loro confronti, una specie di affezione che mi ha spinto a proseguire la lettura sperando che non avessero provato sofferenza, rancore o comunque sentimenti definitivi l'una per l'altro.
Ho sofferto però la mancanza di un'ambientazione, ho sofferto la mancanza di volti. La migliore amica della protagonista è completamente anonima e me ne è dispiaciuto. E so che una sanza è solo una stanza, una via è solo una via, eppure ho sorriso come una bambina leggendo il capitolo numero 9 (Everest), che ho trovato ricco di dettagli, colori, sensazioni, persone, temperature... e ho capito che probabilmente la mia lettura è stata interrotta troppo presto, che lìopera deve ancora "cominciare", che tutto questo è stato solo il preludio agli eventi veri e propri. E così, ho semplicemente constatato le innumerevoli possibilità che lo scritto potenzialmente ha, sapendo che la nostra autrice non avrebbe in alcun modo deluso i suoi lettori.
In ultimo, ho  un appunto da fare sul contenuto. Ho sentito di aver già "provato" determinate sensazioni raccontate in quest'opera. Come se avessi vissuto un costante deja vù.
Le storie d'amore purtroppo possono manifestarsi in mille modi differenti eppure apparire sempre come la medesima. La magia di un sentimento tanto puro deve trasparire forte, quando si tratta di questo genere. E per quanto l'amore possa essere unico e, contemporaneamente, avere migliaia di sfaccettature se viene raccontato, ho creduto in alcuni momenti di non stare leggendo una storia originale, ma una riproduzione in stile "Giuliesco" di qualcosa che avevo già visto. Ciò non ha minato in alcun modo il talento che l'autrice ha avuto descrivendo la forte crescita psicologica dei suoi protagonisti.
Non mi resta che farle il mio in bocca al lupo!

lunedì 8 gennaio 2018

[Intervista] Abadede

Siedi, ti prego, dove vuoi.
Per me, una delle chaise longue!
Bene. Taccio, so che l'eco della stanza è ancora pronunciato, ma io ci vedo armonia, gioco, accoglienza.
Ho la tua attenzione?
 

Ma certo! Sono venuto apposta! Ci sono gli snack? 

Allora non mi dilungo (niente snack!), passo alle domande. 

1) Hai scelto la Minimal Room.
Non dirmi perché, dovrei già saperlo, forse il tuo carattere ti impone tale scelta. Non lo so. La mia domanda è questa: sapresti raccontarmi un'emozione – tra quelle più istintive, che non danno adito alla ragione – legata a questa stanza?
 

Sì, una curiosità viscerale. La Minimal Room è libera da orpelli, policromie, ridondanze. Rimane l'essenza delle cose, e, se vogliamo, il minimo indespensabile per farle funzionare e per renderle ciò che sono. E questo dà anche importanza a chi ci è seduto dentro.
Perché non ci sono distrazioni. Una volta tolto il superfluo, ed esaminato freddamente tutta l'essenza, rimangono le persone nella stanza.
Che sono un universo. Pieni di luci e d'ombre. Troverai pulcritudini, beltà, contraddizioni ed abominazioni in numeri incalcolabili. Continuamente mutevoli.
Sto divagando.
Ma del resto è quello che mi hai chiesto di fare in questa sede, per cui...
Rifacciamolo. Divaghiamo ancora, nel prosieguo.
Vediamo se l'essenziale, la realtà nuda, è noiosa, oppure no.
Se è affascinante, oppure no.
Se è terrificante, oppure no. 

2) Parliamo di coerenza. Credi di appartenere alla categoria degli scrittori votati alla divulgazione del vero, sincero? Quindi, ti ritieni uno scrittore? Cosa dovrebbe lasciarmi intendere che tu lo sia? 

In che senso? Non scrivo articoli bufala né fake news, se è per questo. Le mie storie sono comunque inventate – sono fiction –, però lo dico esplicitamente. :P Hai presente un prestigiatore? Dunque, quando vai ad uno spettacolo di magia stai pagando per essere preso in giro. E lo sai. Ed è bellissimo.Ecco, lo scrittore fa così, ti parla di mondi e persone che non esistono, e se fa bene il suo lavoro ti fa credere che siano veri. Ed è bellissimo. Però "fare bene il suo lavoro" significa mettere della realtà in quello che si scrive. I personaggi devono muoversi in un modo che appaia realistico. È più credibile una protagonista elfa di un mondo dove esistono orchi, draghi e due soli, la quale ha pregi, difetti, privilegi e turbe, piuttosto di una Mary Sue inserita nella più urbana delle ambientazioni.
Tutto questo a meno che non si scriva saggistica... in tal caso tutto deve essere realistico. Anzi, vero. Tutto tutto.
Questo risponde alla prima sotto-domanda. ;)
Come dici? No, non ci ho girato intorno, ho risposto.
Certo che sono sicuro, ho chiesto anche pareri in giro, mi hanno detto tutti che ho risposto, fidati, nessun trucco.
Ah, non c'entra niente, ma pesca una carta.
Seconda sotto-domanda: boh? Come si definisce uno scrittore? È uno che scrive? È uno che ha vinto almeno un concorso di scrittura? È uno che ha pubblicato almeno un libro? È uno che ha pubblicato almeno un libro senza pagare la casa editrice? Vale se autopubblico? In che lingua? Con che livello di grammatica?
In realtà nessuno ha più inventato nessuna nuova storia dal tempo dei greci, cambiano le ambientazioni e le mode, ma le storie nude sono già state scritte tutte.
Scacco matto, scrittori! E adesso?
Terza sottodomanda: scrivo. È sufficiente? Per quanto riguarda me, sì.
Per quanto riguarda gli altri: alcuni hanno letto quello che scrivo, e costoro mi hanno detto che le frasi sono di senso compiuto. In media. Persino sono stati intrattenuti dai contenuti. Questo è quanto posso offrire come risposta a terzi. 

3) Quanto della tua opera è il prolungamento dell'autore? Perché? 

Tutto, o quasi. Sorvolando sul lore generale della Fondazione che non ho elaborato io (ma quello della branca italiana, in parte, sì), i temi trattati, i diversi personaggi, e anche lo stile di scrittura - praticamente da pubblicazione scientifica - fanno parte di me. Ogni personaggio ha la sua da dire che è una parte della mia visione delle cose.
Ma allora tutti i personaggi parlano delle stesse cose - o comunque concordano, mi chiederai? Non necessariamente. Lo stesso fenomeno o concetto può essere visto da più angolature diverse, anche dalla stessa persona.
Lo scaldabagno è un'invenzione moderna di grandissimia utilità - ma consuma troppa corrente. Ecco, tanto per dire. 

4) Quale personaggio all'interno della tua opera, a prescindere dalle azioni che mette in atto, incarna l'ideale più sincero del tuo pensiero?  

Il Dott. Bellini. Perché non rinuncia mai a studiare e investigare ciò che ha intorno, non importa quanto assurdo, pericoloso o "twisted" possa essere. Anzi, ne ha fatto il proprio lavoro. Si lancia nella scoperta delle creature più assurde, che, secondo leggi di fisica, non dovrebbero nemmeno esistere. E lo fa con rigore scientifico. Non vuole un parere, o un'idea, o un "mi pare che sia così". Vuole la verità, almeno fin dove mente umana può spingersi.
Anche lo stesso SCP-032-IT in realtà, incarna in parte il mio pensiero. Perché anche lui non fa altro che studiare qualcosa che va oltre il tangibile, e in particolare la relazione tra il futuro ed il destino. Si può prevedere? Si può immaginare? Si può modellare, in qualche modo? O, più banalmente, ha senso anche solo preoccuparsi di ciò che sarà?
Solo che SCP-032-IT ha tutte le risposte a queste domande, mentre io no. 

5) Porti dentro di te, probabilmente, tutte le sfumature della crescita personale che hai intrapreso come autore, senza dimenticarne alcun passaggio. Sapresti raccontare il più doloroso affrontato, per raggiungere la consapevolezza odierna? 

L'aver perso il futuro, una volta. No, non mi ci dilungherò. 

6) Se ne si dimostrasse la realtà, crederesti nei viaggi nel tempo? Ne sfrutteresti le possibilità? Raccontami. 

In che senso? Se fossero dimostrati non dovrei "crederci", lo saprei e basta. La Terra è tonda, mica devo "crederci". Giusto? GIUSTO?!
*Ahem*. Sì. I viaggi nel tempo.
Allora, se parliamo di una nuova tecnologia mi devi dire anche a che punto è. L'hanno appena inventata, è allo stadio di prototipo? No, non mi infilerei in una capsula del tempo che rischia di esplodere da un momento all'altro.Oppure funziona bene? È ancora costosa? O è già diventata mainstream ed è più economica?
Il problema di un quesito simile è che spesso viene affrontato da un punto di vista tipico della science fiction, che personalmente non approvo molto: si prende la civiltà così com'è e gli si dà una tecnologia avanzata. Ma la tecnologia avanzata non appare da sé: ha bisogno di infrastrutture e di tecnologie complementari già esistenti e diffuse, che probabilmente già hanno modificato la società. Quanto hanno modificato la società gli smartphone moderni? Il modo di tenersi in contatto, di condividere informazioni, di fare business?
Tipicamente si vede nelle opere di sci-fi una civiltà, per l'appunto, in tutto e per tutto simile a quella attuale, spesso anche con gli stessi valori morali e sociali - però hanno le astronavi che viaggiano alla velocità della luce, o anche di più (il cosiddetto FTL).
È un po' come un romanzo scritto così: prendiamo la società del 1700, e gli diamo i telefoni cellulari. No, non hanno l'elettricità. Nemmeno i ripetitori. E nemmeno i PC. No, niente internet. Però hanno i telefoni cellulari. Ha senso?
Allo stesso modo la realtà dei viaggi nel tempo rivoluzionerebbe la società; ma sarebbe una società ben diversa da quella che conosciamo, perché già rivoluzionata a sua volta da tutte le altre tecnologie propedeutiche allo sviluppo dei viaggi nel tempo. E lo sarebbe anche la mia mente ed il modo di vedere il mondo. Cos'altro è stato inventato nel frattempo? Magari hanno dimostrato scientificamente che l'anima esiste ed è immortale. Oppure che non esiste proprio, e che, dopo, *puff*, polvere. Magari hanno trovato gli alieni, o loro hanno trovato noi, o – come è molto più probabile – è stata raggiunta la singolarità tecnologica.
Difficile dirlo. Tra l'altro ci sarebbe un "Codice del Tempo" con tutti i suoi cavilli, che ti fanno una bella multa se non lo rispetti, e lo devi studiare a Scuola Tempo e prendere la patente di Tempista. O forse no, visto che potrai caricare tutte queste informazioni in testa con la versione 8 o 9 del Neuralink.
Comunque.
Supponiamo che ad un certo punto arrivano, non so, degli alieni, e ci danno questa tecnologia, così, dal nulla.
«Salve terrestri. Vi stiamo osservando da millenni, e finalmente siete pronti per ascendere ad un nuovo livello di comprensione e conoscenza. Vi doniamo la tecnologia per poter padroneggiare il Tempo, e vi diamo il benvenuto nella comunità galattica delle civiltà di Kardashev di livello I. Con questa tecnologia potrete viaggiare nel tempo a vostro piacimento, e vi viene donata senza voler nulla in cambio. ...in che senso "fregatura"? Nooo, quale fregatura ci può mai essere? Ma no, ahahahahah figuriamoci ahahahahha ora devo andare ho il concilio siderale roba spaziale proprio ahahahah non ti immagini ahahahah ciao»*fugge nel disco volante e sparisce nel cielo della notte*
*Ahem*. Ok, abbiamo questa tecnologia.
Posso tornare indietro nel tempo. Cosa faccio?
Che succede se modifico qualcosa? Ci sono due ipotesi: il multiverso e il, diciamo, monoverso.Nella prima ipotesi, se io modifico qualcosa nel passato, la linea temporale si sdoppia, creando due universi: uno dove non è stato modificato nulla, e uno dove la modifica è avvenuta. Nel secondo caso c'è un solo universo, e la "modifica" avviene là. A me piace pensare a questa seconda evenienza. Che ha due ulteriori ramificazioni: la prima, che non posso modificare il passato; questo perché qualsiasi modifica fatta nel passato è, appunto, "già avvenuta", e quindi il presente non si modifica per nulla. Oppure si modifica il passato e, a cascata, si modificano tutti gli avvenimenti successivi, cambiando quindi anche il presente.Io credo alla prima ramificazione, ma per rendere le cose più interessanti immaginiamo che sia valida la seconda.
Pensa alle cause di mortalità del passato. Malattie di tutti i tipi, carestie, guerre, condizioni ambientali, parassiti, predatori, eccetera.
Per semplificare prendiamone una su tutte, la peste, che fu chiamata Morte Nera.
Morte, terrore. La gente vicino a te muore. Senza un perché. La paura è ovunque. Perché muoiono così? Le tue conoscenze di umano dell'epoca non sono sufficienti, e non ti aiutano per nulla. C'è qualcosa nell'aria? O nell'acqua? Nel cibo? Nelle vesti? Gli animali, le piante, il sole, cosa?! E soprattutto, perché? Sono stati i peccati? Sono stati gli untori? Ne puoi scegliere una, ma dentro di te lo sai che non è la risposta giusta. Lo sai che questa è ignota. Non ti sarà rivelata. Morirai e basta.Perché così funziona questo mondo.
Poi arrivo io, grazie alla macchina del tempo. Con la tecnologia del (loro) futuro ho creato una pillolina che può fermare l'orrore. Posso salvare intere città. Posso salvare l'Europa intera. Posso salvare una quantità di vite incalcolabile. Con poco sforzo. Ma se lo faccio, molti di quelli che verranno dopo probabilmente cesseranno di esistere. Perché ci sarà molta più gente, e le persone che si sono incontrate nella realtà storica si incontreranno con altre, e faranno altre cose...
Come cambierà la società, con tutte le modifiche a cascata che si accavalleranno? Che fine farà il presente? La gente sarà più attaccata alla religione? Meno? I pensatori, quelli magari alternativi, saranno più tollerati? Meno? La gente sarà più spinta ad avere inventiva? O si bloccherà su una posizioni sociali e tecnologiche immodificabili? Avranno più risorse per guerreggiare? O meno?
Che cosa fare?
Perché mi hai messo di fronte a questa scelta?
Abbiamo costruito il presente su tutte quelle morti. Su quella enorme sofferenza. Non volontariamente, che sia chiaro, ma tutti gli effetti in cascata hanno portato fino a noi. Una variazione di ciò, porterebbe ad un presente diverso. Saremmo "altri", o forse non esisteremmo affatto.
Di chi è la colpa?
Perché mi hai messo questo pensiero in testa?
Lo so, non ho risposto davvero. Ma è un dilemma morale troppo grande. Va vagliato da una commissione di esperti. Non può un singolo prendere questa decisione da solo.
L'ho presa da un punto di vista forse troppo realista?
È quello che accade nella Minimal Room. 

7) Descrivimi un'opera d'arte (qualsiasi tipo d'arte) che ha aperto la tua mente a qualcosa di straordinario. Sai spiegare l'emozione ad essa abbinata? 

La statua della dea azteca Coatlicue, rinvenuta nel 1790 ed esposta presso il Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico.
Coatlicue ("Gonna di Serpenti") - detta anche Teteoh Innan ("Madre degli Dei") - era la dea che aveva dato vita alla luna, alle stelle, e al dio del sole e della guerra.
Insomma, una sorta di Madre Natura, o per essere più precisi, la Terra stessa.
La sua statua è scolpita in un blocco di ardesite di quasi tre metri di altezza, e la rappresenta come una donna con una gonna fatta di serpenti, e con una collana fatta di cuori umani, mani e teschi. Mani e piedi sono adornati con artigli, e il suo volto è costituito da due serpenti che si fronteggiano, perché a un certo punto le fu tagliata la testa e dei fiotti di sangue dal collo si sono trasformati in due enormi serpenti.
Dopo la scoperta, gli autoctoni e gli Europei definirono la statua come "un orribile mostro deforme".
Curiosa, come rappresentazione di Madre Natura, vero?
Giudica tu stessa (e voialtri lettori, anche):
Molte delle rappresentazioni artistiche di questa dea enfatizzano il suo lato mortifero, perché la Terra è sia una madre amorevole che dona l'esistenza alle sue creature, ma è anche il mostro insaziabile che consuma tutto quello che vive.
Avevo poco più di dieci anni quando lessi di questa cosa. Devo davvero descrivere anche l'emozione che provai?
Shock, credo.
Comunque, fu la scoperta che la natura non è perfetta. I processi evolutivi non sono perfetti. Sono anzi processi randomici e senza mente, che alla fine convergono a creare qualcosa, per poi mutare di nuovo. E sono appunto completamente casuali.
Difatti il pensare che se una cosa è naturale sia automaticamente buona è un errore, o meglio, una fallacia logica.
È una fallacia così comune che ha anche un nome: "Appeal to Nature".
Prego. 

8) Hai a disposizione un solo aggettivo per descrivere ciò che non è la tua opera. Quale sceglieresti?

Ordinaria.
C'è sempre qualche cosa che non mi aspetto– CHE NON TI ASPETTI, tu lettore non te lo aspetti, mica io, io sono lo scrittore, lo so cosa sto scrivendo, ah ah ah ah AHAHAHAH. 

9) Sei in grado di dirmi dove sarai, in quanto scrittore, tra un anno? 

Dietro la tastiera...? :D
*MiaRomi passa una statuetta ad Abadede*
Grazie per il pensiero, MiaRomi, è già il terzo premio come miglior umorista che ricevo quest'anno, e siamo solo a inizio gennaio, pensa un po'.
*Ehm*.
Dicevo, spero di aver scritto molto. Ho parecchie altre cose in cantiere.Tanto per cominciare diversi altri SCP, ma anche romanzi di vario tipo, dal fantasy al fantascientifico. Spero di aver tempo di scrivere tutto.
Vedremo.
Vi aggiornerò qui su Wattpad.

10) Ultima domanda. Sei in una stanza piena, caotica, rumorosa, cordiale, colorata. Quale volto colpisce la tua attenzione? Perché? 

Quella ragazza che ha gli occhi alzati verso la parete. Perché è così interessata a qualcosa che tutti gli altri ignorano? Ha notato un particolare. Forse un quadro, forse un piccolo geco, forse un dettaglio che rivela l'antichità della casa e come è stata tenuta. È in grado di guardare oltre la norma. Quello che vede forse non è interessante, o non lo è per tutti, ma è un piccolo dettaglio che si nasconde in bella vista, visibile solo a chi ha imparato a leggere finanche le grazie dei font. Se tutti fossero in grado di vedere dettagli nascosti ai più, ognuno secondo le proprie inclinazioni e conoscenze, e fossero in grado di spiegarlo agli altri, il mondo sarebbe molto più luminoso, e meno buio. Molto meno spaventoso, e più compassionevole. Tutto avrebbe una ragione. Tutto /ha/ una ragione, solo che non sappiamo vederla.
Ah, può essere pure che la ragazza sia solo sbronza. O smemorata. O abbia intravisto l'ex. Vabbe', ci siamo capiti.
Difficile distinguere il genio dal folle. Tra la folla, poi, come dice la domanda.
Già, strano che "folla" sia più vicina foneticamente a "folle" che a "genio". Caso? Forse.
La lingua si evolve seguendo i sentimenti che l'oggetto o il concetto identificato dalla parole esprime. I concetti o le astrazioni pericolose o dannose hanno suoni duri. Quelli piacevoli hanno suoni morbidi, più melodiosi.
I data scientists ci creano le ontologie, su queste cose.
Tornando al genio, va costruito. Chiedendosi, studiando, osservando, curiosando, e lavorando duro su tutte queste cose. Accettando di finire nel baratro del paradosso più assurdo di arrivare a sapere quanto non si sa, che è centinaia, migliaia di volte di quanto si sa. E la differenza aumenta sempre più.
Qual è il limite? Il cielo? L'immaginazione?
Facciamo un gioco.
Alcuni ne vengono decisamente rilassati, altri molto inquietati. Non conosco nessuno che abbia avuto una via di mezzo. No, non c'è modo di sapere quale sarà l'effetto su di te fino alla fine.
Noi conosciamo l'universo solo fino a un certo punto, perché la luce più veloce di un tot non va. Si chiama per l'appunto "universo osservabile". Cosa c'è al di là? Quello che non possiamo vedere solo perché lo spazio si espande più velocemente di quanto ci metterebbe la luce per raggiungerci?
È un esercizio di immaginazione. O di speculazione scientifica per chi vuole, ma sempre immaginazione è.
L'immaginazione ha un limite? Alcuni dicono di no.Gli autori, in particolare, sono in gran parte concordi su questo punto.
Eppure esistono cose che non possono essere immaginate, anche se sappiamo perfettamente descriverle.
Possibile?
Prendiamo un punto. Quante dimensioni ha? Zero. Con la matita "espandiamo" il punto in una direzione, destra o sinistra; otteniamo una piccola linea. Una dimensione.Ora "espandiamo" la linea nella direzione perpendicolare a prima, su o giù. Otteniamo un quadrato. Due dimensioni.Ora "espandiamo" il quadrato verso l'alto, fuori dal foglio: otteniamo un cubo. Tre dimensioni.E adesso "espandiamo" il cubo vero una quarta dimensione, le cui direzioni chiameremo anà e katà. Otteniamo un ipercubo, cubo 4D, o tesseratto. E niente, è inimmaginabile, anche se sono perfettamente in grado di disegnarlo su un foglio.Come quando disegnamo un cubo: quella figura è piatta (si dice che è la proiezione bidimensionale), è su un foglio! Però sappiamo "intepretarlo" come figura tridimensionale. Possiamo fare lo stesso con un tesseratto, ma no, non sappiamo "interpretarlo".
Era questo il gioco?
Macché, solo la premessa. Serviva solo a dimostrarti che il meccanismo si può inceppare. Nervosa? Se sì, bene, sono riuscito nel mio intento.Se no, ok, cosa abbiamo capito, in effetti?
Che non abbiamo il controllo totale nemmeno sull'unica cosa su cui pensavamo di averlo. O che almeno credevamo di poter plasmare a piacimento una volta emersa alla coscienza.
Proseguiamo.
Il gioco è: Immagina che l'Universo non sia mai esistito. Nessuna materia, nessuna energia. Immagina che non sia mai esistito nemmeno lo spazio vuoto.
In genere quando pensiamo "non c'è niente", pensiamo a un'area vuota; perciò ripeto quest'ultimo punto: CHE NON SIA MAI ESISTITO NEMMENO LO SPAZIO VUOTO.
Che cosa c'è?
Che cosa vedi?

Divertente, vero?
O terrificante?

Cosa hai visto? Tutto nero? Tutto bianco? Ti sei sentita senz'aria? Compressa da un vuoto apneumatico che nemmeno esiste? Era una visione su un altrove incomprensibile? O c'era, finalmente, la pace? Ed era diventato tutto, stranamente, ovvio?
La risposta non ha niente a che fare con l'Universo, e tutto a che fare con te stessa. O con te, lettore.
Cosa indica?
Lo sai solo tu.
Sì, certo che puoi pensarci ossessivamente nei prossimi giorni. Sì, certo che puoi chiederlo ai tuoi amici per sentire le loro risposte. No, questo non ti farà uscire il pensiero della testa, mi spiace.
Ma prego, figurati.

Tornando alla ragazza, no, non è né sbronza né altro, è proprio concentrata su qualcosa.
Le chiederò cosa ha visto.
Imparerò qualcosa di nuovo. 

Grazie infinite per il tuo tempo, Abadede, è stato illuminante e mi sono divertita, giuro!

[Valutazione] "SCP-032-IT Haruspex" di Abadede



Nome dell'opera: SCP-032-IT Haruspex
Autore: Abadede
Genere:
Paranormale
Valutazione: primi 5 capitoli
Lettura: opera intera
Punteggio: 81/100

1) GRAMMATICA 20/25
Gli errori (tutti, tranne le segnalazioni sulla punteggiatura) verranno sommati. Il gruppo che comprenderà quelli di Sintassi sarà moltiplicato per 2, di Semantica per 1,5, di Ortografia per 1. Una volta ottenuto il risultato esso sarà arrotondato per eccesso e in decimi sottratto al punteggio pieno di 25. In questo modo si darà maggior peso agli errori di sintassi, a seguire a quelli di semantica, in coda gli errori di ortografia.

Commento
Ogni qualsivoglia errore rilevato non ha tendenzialmente minato così a fondo la linearità dell'opera. Nonostante abbia cercato di essere quanto più fiscale è possibile, non c'è stato qualcosa che in particolare ha reso incomprensibile il testo né sono emerse lacune nelle conoscenze pregresse dell'autore riguardo la nostra lingua. Alcune rilevazioni evidenziate possono certamente essere opinabili, ho però preferito inserirle tutte, in modo da poterne eventualmente discutere. Di seguito il dettaglio (utile per Abadede, gli altri sono esonerati e possono passare al punto successivo!)

Punteggio
Sintassi: 23 x 2 = 46
Semantica: 1 x 1,5 = 1,5
Ortografia: 2 x 1 = 2
Tot: 49,5 = -5 punti

- Sintassi (errori evidenziati in numero)
2
(pronome relativo troppo lontano dal soggetto cui si riferisce)
1 (sostituzione di una congiunzione in luogo di un pronome relativo con conseguente mancata subordinazione, che renderà errato il verbo adoperato)
4 (ridondanti ripetizioni con mancate sostituzioni adeguate sia di verbi che soggetti, all'interno di un medesimo periodo)
15 (uso improprio della "d" eufonica)
1 (uso scorretto di un tempo verbale in presenza di una proposizione condizionale che esprime possibilità e che quindi richiede un congiuntivo, anziché l'indicativo)

- Semantica (errori evidenziati in numero)
 1 (non contato) Nonostante non sia stata in grado di risalire ad una definizione completa del termine "amnesiaco", ho supposto dovesse necessariamente essere stato utilizzato in luogo di "amnesico", poiché nel testo veniva richiesto un "induttore di amnesia" e non una semplice qualifica della stessa. Ho storto il naso, ma l'ho passato per buono!
1 (per quanto abbia fatto ricerche approfondite sui "parafernalia", nulla ha potuto lasciare che passassi la loro presenza all'interno di SCP-O32-IT assieme al dedalo di ingranaggi. In questo contesto è auspicabile una spiegazione dell'autore)

- Ortografia (errori evidenziati in numero)
1 (refuso "in gradi" in luogo di "in grado")
1 (errore ortografico per "lamboidea" in luogo di "lambdoidea")
- Punteggiatura (segnalazioni evidenziate in numero)
15
(ridondante virgola adoperata prima di una congiunzione)
3 (mancata delimitazione di una proposizione subordinata tra due virgole con conseguente perdita di senso compiuto dell'intero periodo)
2 (mancato uso della virgola prima di una congiunzione avversativa)
1 (gradito un punto esclamativo in presenza di un'esclamazione)

2) LINEARITÀ DEL TESTO 24/30
Per ogni gruppo, verrà assegnato un punteggio in trentesimi, spiegato all'interno della valutazione. La somma del punteggio di ogni gruppo corrisponderà al voto finale per questo parametro.

- Coerenza interna 9/10
La brevità dei capitoli mi ha permesso di leggere l'opera interamente, anche se ho operato solo sulle prime 5 parti, per quanto riguarda il parametro "grammatica".
Si evince un accurato studio pregresso, che rende coerente ogni minimo dettaglio spiegato all'interno dei "documenti". Ho rilevato un'unica piccola pecca. La descrizione dell'haruspex ci informa che esso possiede giunti cardanici a rendere "fine" la portata dei suoi movimenti. Supponendo l'esistenza dello stesso aruspice, antecedente di almeno 4 secoli la nascita dei suddetti giunti (III sec a.C.), ci troviamo di fronte ad una incongruenza temporale, a meno di non dare esplicita indicazione al lettore che quegli specifici "legamenti" siano stati "inventati" da altri haruspex, ancor prima che l'uomo potesse metterci mano 300 anni prima di Cristo o comunque nel Sedicesimo secolo ad opera di Cardano.
Ogni altro rilievo fatto sull'opera ha dato il medesimo risultato: vi è un grande rispetto per l'epoca storica da cui si è attinto.
Tendenzialmente molto buona l'idea, che viene fatta combaciare con la nostra realtà quasi fosse un prolungamento della stessa.
Il testo è ampiamente comprensibile e appare evidente quanto l'autore sia riuscito nell'intento.

- Capacità espressiva 10/10
Non vi è una narrazione vera e propria. I testi sono brevi, informativi, utili. La possibilità di rilevare una qualche tipologia di emozione proviene soprattutto dalle trascrizioni delle interviste.
Il  paradosso creato dall'autore è quello di essere riuscito a "umanizzare" l'umanoide, invece delle persone che hanno avuto a che fare con lui.
Vengono a galla emozioni quali curiosità, strazio, esitazione, urgenza in SCP-032-IT, sensazioni che non fanno altro che appassionare il lettore alla sua storia. Contemporaneamente è presente un'assoluta e spietata mancanza di empatia da parte del Dottor Bellini che lo ha in studio. Quest'ultimo, infatti, non solo adopererà altri esseri umani quali cavie (nemmeno anestetizzate localmente) per condurre i suoi esperimenti, ma annoterà come un semplice dato il fatto che altri esseri viventi possano soffrire (vedi l'episodio dell'uccelletto).
L'unico sentimento, che scuote profondamente il rappresentate umano in questa storia, è quello dell'impotenza di fonte alla consapevolezza di non potere agire su se stesso e il proprio destino, oltreché la volontà di sfuggire al mero dolore fisico. Pavidità, timore, debolezza.
La volontà (se c'era) da parte di Abadede di rendere la nostra razza un genere assolutamente smidollato e senza contenuto emotivo è emersa in modo prepotente. Chi "vince" in questa storia è colui che fa ciò per cui è nato: l'haruspex.

- Definizione dello stile 5/10
Lo stile non è particolarmente convolgente. Per quanto abbia apprezzato il contenuto, non sono stata soddisfatta della modalità con cui sono stati riempiti i documenti.
Avrei preferito, se possibile, uno schema di scrittura ancor più crudo, completamente svestito di ogni qualsivoglia umanità.
Lo stile documentaristico richiede un'ufficialità che non ho affatto rilevato, ma indipendentemente dal gusto personale, dell'autore ho appreso davvero poco in questo testo. Avrebbe quindi potuto scriverlo chiunque, compilandolo quasi fosse una semplice scheda riepilogativa. In questo risiede la maggior carenza stilistica.

3) CONTENUTO  22/25
Cercherò di assegnare un punteggio quantomai coerente con uno dei quattro gruppi sopraccitati. Una volta assegnato un gruppo (Scarso, Sufficiente, Buono, Eccellente), segnalerò le motivazioni per attribuire un punteggio piuttosto che un altro all'interno del range di riferimento. Il numero che verrà fuori sarà il risultato di un'analisi, per quanto possibile, oggettiva. 


- Eccellente
Il contenuto c'è, si vede e sente.
Ambientazione
Nonostante i pochissimi dettagli concessi, risulta molto semplice crearsi un'immagine mentale del luogo in cui si svolgono i fatti di volta in volta. I laboratori asettici della Fondazione sono stanze vuote, contenitive, neutre. Il lettore non ha bisogno d'altro, dato che l'attenzione è stata focalizzata soprattutto sull'aruspice.
Descrizione personaggiIl "protagonista", centro focale attorno a cui ruota tutta la storia, è stato descritto in modo impeccabile. Ha sicuramente aiutato lo stile documentaristico di cui si è precedentemente detto. Ciò però ha concesso la visualizzazione completa delle forme fisiche, dei movimenti e (come accennato nel parametro "capacità espressiva") della personalità dello stesso. Di tutti gli altri personaggi (il Dottore in particolare) emergono solamente le emozioni (per la maggior parte negative). Non c'è un volto per nessuno di essi, non c'è un'età, non c'è connotazione fisica. Tali mancanze non fanno altro che evidenziare gli aspetti più importanti cui prestare attenzione accendendo un grosso faro solo e soltanto sull'essenziale.
Emotività
L'utilissima scelta di elargire dettagli un po' alla volta ha permesso all'autore di instillare la giusta curiosità nel lettore, che legge ogni capitolo con la voglia di scoprire cosa effettivamnete accadrà. Tale stratagemma, ben congegnato e funzionante, aiuta anche ad assorbire nel modo giusto ciò che sarà la scoperta ultima e la consapevolezza che ne scaturirà.
Narrazione e azioneBuona la narrazione dei fatti, nulla manca al completamento della storia. L'azione è ben delineata, accattivante quanto basta. Ho rilevato delle pecche nel capitolo dedicato al diario di recupero della statua. Per quanto utile ai fini della storia, non l'ho trovato credibile. Pessima la modalità di condivisione delle emozioni e impossibile credere a quel che si possa annotare in modo tanto esplicito. Per definizione un diario è personale, non si rivolge a qualcuno in particolare e dovrebbe raccogliere appunti cui rifarsi successivamente. Le esclamazioni così tanto indignate hanno abbassato di molto il livello di credibilità del ruolo del diario stesso. Avrei suggerito piuttosto delle intercettazioni ambientali successive da parte della Fondazione. D'altro canto, l'indignazione del ricercatore subentra quando già degli agenti si attivano per i routinari sopralluoghi a valutazione dell'Haruspex; non sarebbe stato troppo complicato per loro installare cimici nei luoghi di lavoro o comunque (conoscendone lo stile) un marcatore sottopelle sul ricercatore stesso.
Lo scivolone sopra descritto non mi permette di assegnare punteggio pieno.

4) COMMENTO PERSONALE 15/20 

Fossimo al liceo, il mio voto sarebbe un 7 e mezzo.
In questo ambito posso scrivere ciò che cattura la mia attenzione a prescindere dai parametri oggettivi. Ebbene, nonostante non abbia riscontrato particolari carenze, nonostante la mia attenzione sia stata catturata, nonostante tutti i parametri ben rispettati, SCP-032-IT Haruspex non mi ha particolarmente entusiasmata. Insomma non all'eccesso. Sì, il prodotto è buono. Ok, è scorrevole e accattivante a tratti, ma sento che manca qualcosa.
Ciò che maggiormente ha contribuito a questo voto è stata la brusca caduta di stile del capitolo diaristico. Troppo forzato, per nulla spontaneo... chi scriverebbe mai su un diario personale, che raccoglie informazioni lavorative, frasi così tanto colloquiali. Ho cercato di immedesimarmici, ma nulla mi spingerebbe a imprecare, fare battute, indignarmi a tal punto da scriverlo.
L'opinione è puramente personale, quindi certamente sbagliata per qualcun altro. So però che quell'interruzione brusca mi ha letteralmente spinto fuori a gomitate dall'atmosfera che si stava creando durante la lettura. E me ne dispiace. Non sono riuscita a farmene una ragione. Ho letto tutta l'opera con interesse e, a parte quello scivolone, non ho altro da aggiungere di personale, se non al caro Abadede di continuare a scrivere.
In bocca al lupo!

venerdì 15 dicembre 2017

[Scrivo] La Pura

2.3


28 Giugno 1995 - Giorno 59

La Pura non mi andava a genio per svariate ragioni.
La prima riguardava il suo modo ambiguo di relazionarsi a Irina. Nonostante quest'ultima mostrasse una forte prepotenza con Reclute e Crepuscolari maschi, Nina non sembrava darvi eccessivo peso. Eppure, sarebbe dovuta appartenere al gruppo dei magnanimi, che nulla hanno a che vedere con soprusi e sofferenza. Lasciava, invece, che la rossa maltrattasse i più deboli e io avevo il presentimento che il mancato tentativo di fermarla non derivasse solo dalla sua viltà, ma da motivazioni diverse.

La seconda ragione, che rendeva la giovane dai capelli color cenere degna di un più puntuale sguardo da parte mia, derivava dalla consapevolezza che qualche cosa nel suo comportamento risultasse sbagliato. Avevo come la sensazione che mostrasse una finta maschera di benevolenza e candore, mentre in animo covava sentimenti negativi e perfino cattivi. Me ne accorgevo, quando si apprestava a soccorrere gli stessi individui molestati da Irina. Se questi si presentavano da lei con ferite più o meno gravi, il suo aiuto arrivava superficiale e sbrigativo. Come se non volesse curarli sul serio; come se stesse rincarando la dose delle angherie dispensate dalla gigantessa.

In ultimo, storcevo il naso in presenza di Nina perché avevo scoperto qualcosa su di lei. Col favore del buio, ogni mercoledì poco dopo le 2 del mattino, era solita scivolare giù dalla branda, coprirsi con un cappello, nascondendo i capelli, e andare chissà dove. Nel giro di venti minuti rientrava in silenzio negli alloggi e, una volta a letto, tentava di prendere sonno, senza riuscirci almeno per l'ora successiva. Non avevo la più pallida idea di dove andasse e di cosa facesse, mi ero perciò decisa a sapere di più su quello strano appuntamento notturno a cadenza settimanale.

Quella stessa notte l'avrei seguita, con tutta l'intenzione di smascherare la sua aura di finto buonismo. Ero dell'idea che chiunque se ne andasse in giro da solo a un orario tanto equivoco, avesse certamente qualcosa da nascondere. Qualcosa di losco o quantomeno sospetto da celare a tutti gli altri.

Non mi attardai dopo gli allenamenti serali, feci una doccia veloce e mi ficcai nel letto prima di tutte le altre, in modo da non destare eventuali sospetti. Avrei indossato stivali e tuta sotto le coperte, per non trovarmi impreparata quando sarebbe arrivato il momento.

Il momento giunse in anticipo, quel mercoledì. All'una e quaranta Nina si scoprì e fece per alzarsi cauta, in modo da non svegliare nessuna delle compagne. Sistemò con dovizia i capelli sotto un copricapo scuro e si avviò verso l'uscita della stanza comune. La seguii di soppiatto, augurandomi che non si voltasse appena fuori dalla porta dei nostri dormitori – l'unico spazio aperto nel quale non avrei potuto nascondermi.

Era evidentemente molto agitata, me ne accorsi immediatamente quando cominciò a parlare tra sé e sé sottovoce, strapazzando la pesante felpa che portava indosso. Le stavo dietro, tallonandola silenziosa come un gatto e pronta eventualmente a stordirla, se la situazione lo avesse richiesto. Una volta fuori in giardino, prese velocità e a correre. La vidi attraversare il campo pratica dei cavalli in pochi e nervosi passi, diretta verso il capanno delle provviste. Mi tenevo a debita distanza lì all'aperto, acquattandomi ogni volta che lei voltava il capo per controllare che non ci fosse nessuno.

Ero più che sicura di non essere stata vista, mantenevo alta la concentrazione e tutta la mia attenzione era rivolta a lei e ai suoi suoi movimenti. Quando la raggiunsi, nonostante la vicinanza, mi accorsi di non riuscire a capire cosa stesse borbottando. Non che immaginassi fosse importante, ma in quella circostanza ogni nuovo indizio mi avrebbe aiutato a chiarire quell'assurda situazione.

Una volta raggiunto il capanno, Nina svoltò l'angolo per andare sul retro, io invece presi a camminare attorno al perimetro esterno per provare a entrare da un ingresso diverso. La struttura dell'edificio era in legno, ospitava il solo piano terra e c'erano finestre ad altezza busto: troppo facile spiare dall'esterno, ma anche farsi notare da chi era dentro. Decisi di proseguire carponi per non correre pericoli, quando d'un tratto accaddero più cose nello stesso istante. 

Sentii distintamente il rumore di un giunco spezzato, probabilmente provocato da qualche animale nei dintorni, e contemporaneamente un singhiozzo soffocato – proveniente dal capanno e appartenente a Nina –, immediatamente coperto dall'imprecazione di una voce maschile.

L'istinto mi guidò per primo, costringendomi a cercare riparo da eventuali attacchi da parte di volpi o lupi. Mi gettai faccia a terra e, strisciando verso il cespuglio più vicino, feci per nascondermi come fossi una ladra. Una volta al sicuro, cercai la fonte da cui poteva essere giunto il rumore, ma non vidi nulla oltre il piccolo boschetto alle mie spalle. Nel frattempo Nina era stata strattonata fuori dal capanno, potevo vederla distintamente dalla postazione che mi ero appena guadagnata. La giovane, ora a terra, cercava di rimettersi in piedi con scarsi risultati e mantenendosi un fianco. Era in compagnia di un ragazzo smilzo, poco più basso di lei.

I lampioni piantati sul perimetro del Campo gettavano una luce fioca e giallastra che illuminava a malapena la strada che si trovava nella loro prossimità. Lui aveva capelli sudici del colore della fuliggine, un viso appuntito da furetto e braccia troppo lunghe rispetto al normale. Avevo notato in precedenza quello strano individuo. Mi aveva scontrato un paio di volte con casuali spallate, quelle che si fanno in mezzo alla calca quando sembra non ci sia mai abbastanza spazio per muoversi. Col senno di poi, quelle spallate, non mi erano affatto apparse inintenzionali. Anderson, mi pare si chiamasse.

«Anton, dannazione! Sei uno spaccone e lo fai solo perché non so difendermi. Ti ho dato tutto quel che avevo, ora lasciami in pace, ok? E vedi di mantenere la parola data.» Era stata Nina a parlare, anche se con un tono di voce più basso del normale. Aveva un'espressione addolorata in viso, ma anche arrabbiata.

«Che c'è Nana, ti sei fatta male?» Aveva continuato lui, senza ascoltarla.

«Sì, idiota!» Fece lei in uno scatto d'ira.

«Non me ne frega un cazzo. Sei una guaritrice, va' a curarti in branda, pezzente!» Il ragazzo sputò a terra.

«Mi fai schifo!» Continuò lei a denti stretti. «Prima o poi ti scopriranno e verrai punito.» 

«E se dovesse accadere, tu verrai punita assieme a me e dovrai dire addio alle tue opere di bene del cazzo.» Le fece il verso lui. «La prossima settimana voglio dieci dosi di metadone in più di quelle che mi hai portato oggi e dal mese prossimo raddoppiamo, hai capito, puttanella?» Anton non aspettò che Nina rispondesse e comiciò a calciarla sugli stinchi per evidenziare ogni parola che le stava rivogendo. «E. Quando. Ti. Mando. I. Miei. Ragazzi. Voglio. Che. Li. Tratti. Come. Si. Deve.» 

Quella giovane era una dannata eroina ed evidentemente le valutazioni formulate su di lei fino ad allora erano state errate. Strinsi violentemente i pugni e mi morsi un labbro per non intervenire. Erano passati a malapena due mesi dal mio ingresso: il Maestro Daleko mi avrebbe scuoiata viva se avessi permesso a sciocchezze simili di intralciare il mio percorso. Dovevo mantenere un profilo basso.

Nina si teneva le gambe, piagata in due a terra; durante quell'attacco gratuito non aveva fatto un solo fiato. Passarono pochi secondi e provò a rimettersi in piedi. Evitò di rispondere alle provocazioni del ragazzo, ma io non potei trattenermi oltre. Se fossi rimasta anche un solo minuto di più, avrei corso il pericolo di venire scoperta.

Decisi di inoltrarmi nel boschetto che costeggiava il Campo e allungare il percorso per tornare ai dormitori. Mi augurai che quella giovane riuscisse a rientrare sana e salva e, anche se avevo ancora delle remore su di lei, mi ripromisi di fare uno sforzo, abbattedo il muro di ostilità che avevo costruito attorno a me.

Un giorno o l'altro quel vile di Anderson l'avrebbe pagata e, una volta in branda, mentre mi sfilavo gli stivali, mi augurai di poter essere io la persona che avrebbe avuto il privilegio di rompergli quel brutto muso da ratto.

venerdì 8 dicembre 2017

[Scrivo] Il mio inverno

2.2


16 gennaio 1988

«Abbraccia l'inverno, Sveta!» Sibilò il Maestro Daleko, guardandomi tremare in preda alle convulsioni, durante una sessione di meditazione. «Accoglilo, assieme al dolore che comporta. Diventane parte con ogni cellula. Chiamalo per nome e urlagli di sottomettersi a te. Ora, Sveta. Fallo!» Il tono della sua voce non ammetteva esitazioni da parte mia. C'erano due sole vie possibili, vincere o soccombere, ma non avrei potuto esimermi dal tentativo.

Non avevo ancora idea di ciò che mi sarebbe accaduto da lì a qualche anno; quello era niente, a confronto con la durezza dei modi e la spietatezza dei suoi insegnamenti. Il mio Maestro poteva apparire crudele sotto certi aspetti, eppure sentivo piena fiducia nel suo giudizio.

Mi aveva cresciuta, fatto da padre e, anche se non avevo mai ricevuto dimostrazioni d'affetto, egli era il punto saldo al quale aggrapparmi durante i momenti di sconforto.

In quella particolare situazione, invece, tentavo sempre la via di mezzo, la più sbagliata: lasciare che fosse l'insicurezza a guidarmi. Anziché affidarmi al Maestro Daleko, mi arrendevo non convinta e mostravo tutte le mie riserve.

«Maestro, io ci provo con ogni parte di me, ma non ce la faccio, non posso farcela. Morirò.» Dicevo il più delle volte, ricevendo in cambio solo una potente sferzata alle caviglie e, ciò che più d'ogni altra cosa mi addolorava, uno sguardo di profonda costernazione da parte del mio mentore.

Le sessioni al gelo mi prostravano fisicamente e psicologicamente. Il panico attanagliava ogni mio senso; il freddo, come un puntale d'acciaio tagliente, pungolava le mie viscere asservendo il mio spirito. Accoglievo gli svenimenti che ne seguivano come rifugi graditi e desiderati. Mi risvegliavo, infatti, sempre al caldo, nella mia camera, stretta nelle coperte del mio letto. Il più delle volte febbricitante e ignara di ciò che fosse accaduto.

Quel giorno, però, il Maestro fu spietato. Per la prima volta, accompagnatami a Picco degli Echi Silenti, fece qualcosa che mi lasciò completamente pietrificata.
La strada che conduceva alla meta era impraticabile, soprattutto nell'ultima tratta. I dieci chilometri più impervi che si potesse tentare di superare a piedi, a causa della mancanza di un percorso sterrato e del dislivello di circa 800 metri. Il nome della vetta era probabilmente legato al fatto che una volta arrivati, si sarebbe potuto urlare per ore, senza ricevere la benché minima risposta. 

Raggiungemmo il punto più in alto in tempo per accamparci. Da lì a qualche ora sarebbe arrivata una violenta bufera, che certamente avrebbe impedito la meditazione notturna. Ciò non trattenne il mio Maestro dall'iniziarne i preparativi.

«È tempo, Sveta. Sai cosa fare.» Mi disse nel suo tono imperativo e monocorde.

«Questa volta ce la farò, Maestro. Ne sono sicura.» Ammisi con scarsa convinzione.

«Non ho alcun dubbio in merito, Sveta. Questo è il punto di non ritorno. La sessione di oggi ti apparterrà.» Dopodiché si tolse gli stivali, uscì sulla neve e a piedi nudi percorse i pochi metri che distanziavano la nostra tenda dalla piccola altura che dava sulla valle sottostante. Il posto migliore dal quale elevare lo spirito. Ci si accomodò a gambe incrociate e attese me, prima di portare il proprio spirito a un livello superiore.

Mi tolsi gli stivali e provai un dolore intenso, poggiando il piede nella neve soffice. Non vi badai e raggiunsi il mio Maestro, trovando posto accanto a lui. Non avevo il permesso di porre domande, quindi non avrei saputo quanto saremmo rimasti in quella posizione. Speravo solo di non perdere i sensi, ma di riuscire a portare a termine almeno le successive due ore prima che arrivasse la bufera.
Il vento cominciò a sibilare più forte, avrei voluto coprirmi le orecchie o il naso, ma non avevo il permesso di muovermi né aggiustarmi il mantello, spostarmi da quella posizione, aprire gli occhi o pensare a qualcosa che non fosse il mio animo. Rafforzare il corpo attraverso la meditazione era il compito più arduo cui venivo richiamata. L'unico segnale sarebbe stato interno. Avrei capito da sola quando interrompermi.

Quanto tempo era passato, in fondo? Dieci minuti? Mezz'ora? Per quanto avrei dovuto ancora aspettare, prima di potermi coprire per riscaldarmi?
L'assurdità di quei momenti era evidente, soprattutto quando mi rendevo conto di riempire la testa solo delle preoccupazioni sul freddo che stavo sentendo. La lastra di pietra gelata su cui ero seduta mi aveva intirizzito le natiche, avevo i brividi e ogni reazione del mio corpo occupava ogni mio pensiero a causa di quegli stimoli naturali dolorosi.

Altro che meditazione! La mia mente non poteva essere più caotica. Ero completamente incapace di liberarla e tentare di superare i miei limiti. Spirito un corno! Volevo tornare alla tenda e smetterla con quelle stronzate.

Starnutii, quindi aprii gli occhi. Per un attimo il bianco accecante del primo nevischio alzato dal vento mi riempì gli occhi, impedendomi di godere del panorama che avevo davanti e che conoscevo a memoria. Poi la sensazione di vuoto svanì, regalandomi solo un attimo di sollievo, perché mi resi conto immediatamente di essere sola. Il Maestro Daleko era scomparso.

Era tornato indietro senza di me. Dannato mentore del cazzo!
Ero infuriata. Maledetto stronzissimo freddo.
Mi alzai con estrema difficoltà a causa dei muscoli infreddoliti, quindi feci per voltarmi.
Fu un attimo. L'istinto, più veloce della consapevolezza, vinse il mio corpo, che ebbe un violento attacco di panico. Le membra si infuocarono all'istante, cancellando in un sol colpo tutto il gelo che avevo addosso. Il terrore più puro aveva invaso ogni nervo, avvinto ogni arteria, impeciato ogni battito: non v'era più traccia della tenda né del mio Maestro. Ero completamente sola, seminuda e all'addiaccio.

«Bastardo d'un russo!» Gridai con tutto il fiato che avevo in corpo.

Era questo il suo piano fin dall'inizio. Che gran figlio di buona donna!
A poco a poco la paura mi abbandonò, lasciando ampio spazio alla rabbia. Cominciai a imprecare in ogni lingua conosciuta e mi augurai di riuscire a sopravvivere solo per... solo per distruggere... no, eliminare... no, no dannazione! Volevo annientare il mio Maestro. Oh Dei, pietà di me! Ero in preda alla violenza più bieca, accecata dalla volontà di fare mio questo inverno del cazzo e venire fuori dalla tempesta incolume, solo per non doverla mai più affrontare.

E ce l'avrei fatta... oh, sì! Un albero e il mio mantello, non avrei avuto bisogno d'altro.

venerdì 1 dicembre 2017

[Scrivo] Io sono Sveta, il riflesso

2.1 


30 Aprile 1995 - Giorno 0

Buon compleanno! Mi dissi, festeggiando intimamente quel giorno con la consapevolezza di essermi appena inimicata la gigantessa dai capelli rossi.
Avrei potuto comportarmi diversamente. No, quell'idiota non mi ha dato scelta! Certo, forse l'ingresso è stato più melodrammatico di quanto avrei voluto, ma ormai così stanno le cose, il danno è fatto e...

 «Sei entrata per merito? O sei qui per linea di sangue? Di certo non ti sei comprata il posto, guarda lì che vestiti porti...»

Una ragazzetta mora e dinoccolata mi si era avvicinata, interrompendo il fluire delle mie rimuginazioni «Io sono Magda, tanto piacere...» Continuò il suo monologo, nemmeno per un attimo impensierita dal fatto che io non avessi accennato di averla vista né che avessi dato ad intendere che la stessi ascoltando. 

«...che nome è Sveta, a proposito! Un nomignolo? Un vezzeggiativo? Non mi sembra di averlo mai sentito prima. Svetlana, forse... c'è stata una Recluta con quel nome. Poverina, è morta dopo due mesi. Detto tra me e te, non le avrei dato di più: era una frana in tutto. I suoi genitori l'avevano costretta e così... beh, sai come vanno certe cose, no?
«Anch'io sono una Recluta. Sì, da più di nove anni. Non mi impegno o non sono tagliata, non lo so; non sono capace, ecco tutto. Cerco solo di sopravvivere. Tanto non mi importa, devo resistere ancora per poco, poi potrò andarmene. Io sono qui per linea di sangue, ma si vede che non ho preso molto dai miei, eh?
«Quella mossa, comunque... wow! Sei stata una grande! Giuro, mi è venuta la pelle d'oca.»

Non aveva respirato un istante. Sarebbe dovuto essere frustrante parlare a un muro, invece la tipa non aveva mollato un solo attimo, nonostante l'espressione impassibile che avevo in volto. 

Ripreso il mio borsone, mi avviai verso quelle che dovevano essere le brande. Badai bene di evitare di dar man forte a Magda, che se la cavava benissimo anche da sola.
Nel frattempo alcune ragazze si erano fiondate a pulire la bava della gigantessa rossa e avevano provato a farla rinvenire con dei sali. Sarebbe rimasta in quello stato per altri 5 minuti, non di meno, non di più. La pressione che avevo esercitato era stata minima, avendo valutato l'altezza – 1 metro e 80, a spanne –, il peso – tra i 90 e i 95 chili – e la stupidità, cioè quanto mi ci sarebbe voluto per poggiarle le dita alla base del collo.

«Allora, perché non rispondi?» Magda mi si era incollata alle calcagna. Tentava probabilmente di farmi perdere la pazienza.
La guardai per la prima volta. Aveva grandi e rotondi occhi scuri e lo sguardo vacuo di chi sembra non nutrire malizia. I capelli erano spaghetti sottilissimi del colore delle castagne e aveva una tendenza a sporgere la fronte più del necessario, come fosse sempre pronta a carpire nuovi pettegolezzi per andare a raccontarli in giro. Decisi di ignorarla, voltandole le spalle, in modo comprendesse appieno la mia mancanza di interesse nei suoi riguardi.

«Ehi! Ehi!!! Sei una maleducata, sai?» Fu la sua risposta urlata, mentre mi allontanavo verso le brande in fondo, cercandone una vuota sulla quale sistemarmi. Mi cacciai il cappuccio della felpa sulla testa e misi fuori quello schifoso nuovo mondo. Avrei dovuto farci l'abitudine: sarebbe stato la mia casa per i successivi 3 anni.


7 Maggio 1995 - Giorno 7

Una settimana più tardi mi ero già guadagnata l'indignazione di sei Reclute, l'odio di almeno tre Crepuscolari, l'ammirazione di un paio di Evanescenti e la muta analisi valutativa di una Pura. Proprio quest'ultima mi dava sui nervi. Credeva non mi fossi accorta del suo sguardo insistente? Riuscivo a notarlo appena un attimo prima che lei lo distogliesse. Che non avesse il coraggio di venire a dirmi in faccia ciò che pensava? E cosa poteva mai pensare di me? Che le fossi pari, forse, o che il mio carattere "poco accogliente" non fosse di suo gradimento?

Se ne andasse a farsi fottere: io sono qui per essere la migliore! Pensai con gratuita cattiveria.

Qualunque fosse il suo problema, non avevo alcuna intenzione di curarmene. Una Pura non avrebbe potuto competere con me, nemmeno se avesse avuto i superpoteri. E poi, quel candido modo di porsi, di essere amata da tutte, il suo prodigarsi ad aiutare chiunque avesse bisogno mi davano il voltastomaco.

"Apprendere, maturare, comprendere se stessi". Il monito che il Maestro Daleko aveva voluto che io imparassi fin da bambina. Apprendere dalle disparate situazioni nuove che si sarebbero presentate ogni giorno, maturare attraverso di esse facendole proprie, comprendere se stessi specchiandosi negli occhi degli altri.

Cosa avrei mai potuto imparare da una insulsa Pura? Il riflesso di me che avrei visto attraverso di lei non mi avrebbe restituito altro che mera debolezza. Mi ripromisi di rimanerne alla larga, per non lasciarmi condizionare dalla bontà d'animo che avrebbe certamente mostrato a profusione anche con me.

Sperai in cuor mio di non ferirmi mai a tal punto da doverne avere bisogno. Avevo notato che le altre ragazze facevano riferimento a lei, che si fossero graffiate con uno dei coltelli o sbucciate il ginocchio dopo una caduta sull'asfalto. Anche la rossa, Irina, che dal primo giorno aveva deciso di tenersi alla larga – certamente in attesa di un momento migliore per farmela pagare –, era stata soccorsa dalla Pura, dopo il mio piccolo intervento su di lei.

Irina di qua, Irina di là, Irina stai bene?, Prendete i sali... la sua vocina allarmata mi fece provare sincera commiserazione. Quanta preoccupazione per un piccolo svenimento e quanta solidarietà per quella stupida rossa prepotente. Avrebbe dovuto solo ringraziarmi, anziché mal celare i suoi sguardi disgustati e pieni di giudizio. In fondo, io mi ero soltanto difesa.

Voleva per caso farmi passare per la cattiva? Ebbene, che facesse pure... non avrei avuto bisogno di nessuna di loro. Il riflesso di me stessa lo avrei cercato solo nei miei occhi.

Dannazione!
Ero furiosa.
Ciò che mi faceva incazzare più d'ogni altra cosa era la certezza che Nina sarebbe piaciuta a Daleko, il mio Maestro.